A noi tutti I beni pubblici mondiali

Articolo apparso sul numero 17 (giugno-luglio-agosto) della rivista Hémisphères

Denunciando senza tregua il disprezzo e i crimini neocoloniali, che protraggono nel tempo quelli della schiavitù e della colonizzazione, non mi possono accusare di essere un seguace incondizionato dei valori europei. Ma questa indignazione arriva ad affermarsi solo per il fatto che in Europa si è verificato il peggio . Una delle sfaldature storiche tra le più decisive nella storia della mentalità francese fu l’affare Dreyfus: dopo diversi decenni i pro-Dreyfus gli hanno accreditato giustizia rispetto agli anti-Dreyfus; coloro che invece postulavano che la dignità della repubblica francese era fondata sulla verità e la giustizia hanno vinto la loro battaglia interminabile contro coloro che preferivano l’onore dell’esercito o gli interessi della Nazione. Questa mobilitazione a favore di un uomo condannato a causa della sua “razza” e della sua “religione” si è prolungata, attraverso la Lega dei diritti dell’Uomo e altri gruppi analoghi, in una mobilitazione per la dichiarazione dei diritti universali che ha dato vita a René Cassin, padre della Dichiarazione del 1948.

Passando dai diritti e beni politici ai beni pubblici economici e sociali, si osserva a ritroso, in Europa, una lotta bisecolare, dagli effetti abbastanza prodigiosi. Mentre nel 1815 i beni pubblici si limitavano grossomodo all’esercito, alla polizia, a una giustizia di classe, di infrastrutture stradali e portuarie, essi si sono progressivamente allargati all’educazione, alla sanità, alla pensione, ai permessi, al diritto all’alloggio, ecc. Questo fu il risultato di un movimento sociale complesso, multiforme, talvolta ciclotimico (tra virulenza e depressione).

Questo risultato, che oscilla tra il 40% e il 50 % del prodotto interno lordo (il PIL), è molto meno contestato di quanto non si dica e più minacciato di quanto non si creda. Una gran maggioranza della popolazione, anche tra gli elettori di destra, è scesa e scenderà nelle strade dal momento che sono stati rimessi in causa ciò che possiamo qualificare come “acquisizione sociale”. I teorici contrari, persino la Banca mondiale, hanno dovuto rivedere, per lo meno ufficialmente, la loro ostilità all’amministrazione a ai beni pubblici. Hanno dovuto constatare, dopo il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (PNUS), che i paesi classificati al primo posto per lo sviluppo umano, hanno tutti un livello elevato di beni pubblici (almeno un terzo del PIL ). Dal solo punto di vista economico, un popolo in buona salute e ben educato è più “efficace” di un popolo malato e analfabeta.

Ma la questione è ben più profonda: l’economia non può funzionare se tutto e tutti sono in vendita. Una società è malata al suo interno se diventa incapace di designare i suoi beni collettivi più preziosi - talmente preziosi che devono a tutti i costi scappare alla mercificazione del mondo. Osserviamo infine che questa conquista (non raggiunta) di una parte dei beni pubblici rileva ciò che si definisce in matematica un gioco a somma positiva : la produzione dei beni è cresciuta molto di più della percentuale dei prelievi obbligatori, mentre, i privati al contrario non sono stati impoveriti da questi intrecci di solidarietà. Eccoci lontano da questi giochi barbari, dalla somma nulla, dove posso guadagnare solo ciò che prendo all’altro.

Tuttavia, ciò che potrebbe ridiventare un ragionamento consensuale è doppiamente minato. Da un lato, la teoria ufficiale e il discorso razionale sono totalmente contraddetti dalla crescita esponenziale della criminalità finanziaria, del mondo “senza legge” dei paradisi fiscali - attraverso i quali transita ormai più della metà dei soldi del pianeta. Non ci sono affatto beni pubblici senza fiscalità ne regole di gioco. Ci sono solo educazione e sanità pubblica nei paesi europei, protezione dell’economia legale e contraenti onesti,in modo che gli agenti del fisco e della polizia possano ispezionare i conti bancari dei defraudatori e dei truffatori. Ma oltre la metà della finanza mondiale gli sfugge... Tra non molto non resteranno che i poveri e gli imbecilli a pagare le imposte, il che risulta insufficiente. Logicamente, i paradisi fiscali avranno distrutto il fisco dei paesi ad alto livello dei beni pubblici, dopo aver accolto i frutti del saccheggio del terzo mondo, i soldi dei dittatori, dei trafficanti di armi e di società mercenarie. Stimolati inizialmente dai servizi segreti occidentali e dalle mafie, lo sviluppo di questi paradisi offshore dei soldi occulti, sta criminalizzando allegramente le grandi banche e le multinazionali, per aver corrotto le classi politiche, di circuire i contropoteri mediatici e giudiziari, di scalzare due secoli di conquiste sociali - attraverso il decentramento di altri.

Da cui si deduce una seconda vulnerabilità estrema di queste conquiste: in modo quanto mai evidente, esse non prosperano se non trovano un modo di universalizzarsi. Su scala mondiale, le enorme differenze di salari, di diritto al lavoro e di protezione sociale, sono ingestibili, insostenibili. Le ragioni sono multiple e conosciute. Non sottovalutiamo la ragione etica, l’articolo primo di questa Dichiarazione universale che alle volte è il nostro unico codice di condotta e il nostro parapetto: “tutti gli esseri umani sono nati liberi e uguali per dignità e diritti...” In breve, non potremmo non partire alla conquista della sanità per tutti, di un reddito minimo universale, della generalizzazione del diritto sindacale, ecc. Non scapperemo dal preservare insieme i beni planetari: il clima, l’acqua potabile, gli oceani, la biodiversità...

C’é di che entusiasmarsi, piuttosto di che indietreggiare. Ciò che si profila in questa battaglia per i beni pubblici mondiali, non è una ridistribuzione maltusiana, è un gioco di somme positive: tutti i popoli ci guadagneranno, se lo giochiamo bene. Con questo gioco, usciremo dalla carità neocoloniale che è troppo spesso l’aiuto pubblico allo sviluppo: non sono più i benestanti che aiutano i bisognosi, ma questi ultimi che attraverso la loro rivendicazione di dignità, riaprono un gioco meschino.

Non posso sviluppare qui tutti i meandri, tutte le sorprese di un gioco simile: la nostra memoria di conquiste sociali ottenute dai nostri predecessori potrebbe ricordarsi di avanzate non lineari , di una litania di sconfitte che mascherano i progressi rampanti, di alleanze congiunturali con i poteri stabiliti, di repressioni, di tradimenti. Ma se i risultati ci sono, è perché il desiderio di alcuni beni pubblici ha finalmente sovvertito le fatalità. I fondatori delle società di mutuo soccorso, indignati dalla mendicità degli incidenti di lavoro a metà del 19°secolo, vedevano tutt’al più come un’utopia la copertura universale delle malattie. La sua istituzione in Francia, alla fine del secolo scorso, non ha commosso praticamente nessuno, tanto eravamo tesi per altre insoddisfazioni. Ma questo lento camminare ci ricorda i tempi collettivi: lo svecchiamento delle istituzioni e delle mentalità non è da ricercare nella parola “venditore”. Bisogna sapere ciò che si vuole....

È ciò che si definisce avere una strategia - per non perdersi nella tattica. I termini sono un po’ guerrieri, ma la nostra concezione della conquista dei beni pubblici su scala mondiale non è consensuale - ed è in questo che si distingue abbastanza radicalmente dall’acqua di rose servita in molti forum e dibattiti. Questa conquista richiede una volontà e una perseveranza sociale e politica, non verrà da sé, o dalla benevolenza dei potenti. Quest’ultimi sono portati piuttosto alla privatizzazione generalizzata dei beni, alla sregolarizzazione criminalizzante. Conquistare i beni pubblici è anche bloccare quelli che s’impegnano a distruggerli o che li rifiutano. Anche prendendoli in trappola con il loro doppio linguaggio.

In una storia economica, giudiziaria e semantica dove la parola “beni” è stata ridotta troppo spesso alla merce, ciò che ha importanza è il qualificativo “pubblici”... Ci vorranno coalizioni e battaglie comuni, intercontinentali, per imporre questo qualificativo sui beni più vitali. Ci vorrà inoltre un lavoro interculturale per ricercare la compatibilità tra le concezioni, proprie di ogni cultura, di ciò che sovrasti gli interessi particolari. Costruiremo così il bene pubblico mondiale.

François-Xavier VERSCHAVE
Presidente del l’associazione Survie.

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