Beni pubblici mondiali, il pensiero economista

Articolo apparso sul numero 17 (giugno-luglio-agosto) della rivista Hémisphères

Un’ idea nuova che viene da lontano...

L’idea che dei beni pubblici globali diventino una necessità su scala mondiale è stata lanciata nel pieno delle sue forze dal PNUS (Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo) nel 1999. Il rapporto nel quale questo concetto è stato sviluppato era in realtà il coronamento di un decennio di ricerche che tendevano a fondere il concetto di sviluppo su altri termini che non quelli economici. Da allora fa da autorità, a tal punto che la definizione che dà dei “Global Publics Goods” è ripresa un po’ ovunque come parola di vangelo. Ed è proprio questo il suo punto debole.

I beni pubblici, in questo quadro teorico, sono delle mercanzie paradossali, che sarebbero per natura “non rivali” (il fatto che uno ne consumi non impedisce agli altri di farlo) e “non esclusivi” (sono a disposizione di tutti). Ne risulta che il mercato non può generare né gestire tali beni, che devono se sono necessari, essere forniti dal potere pubblico.

Questa definizione traduce la scelta, tra i molti interrogativi sui beni e sui servizi pubblici che hanno infiorato il pensiero economico fin dalle sue origini, dalla formulazione perentoria che ne diede Paul Samuelson mezzo secolo fa, trasposta tale quale sul piano mondiale. È molto chiara e libera in partenza da ogni intenzione buona o cattiva oltre l’affermazione della necessità di tali beni, o la constatazione della loro mancanza. Ma i beni pubblici rispondendo a queste due strette condizioni (li si definisce “puri”) sono l’eccezione. Tutti gli altri sono dunque considerati come “impuri”. L’integrazione di queste cose estranee alla teoria economica neo-classica comporta delle complicazioni sulle quali non ci soffermeremo qui, se non per un interesse parziale da attribuire a questo genere d’esercizio.

Le sue due varianti e il suo pericolo

Non ci si deve sorprendere di ciò che una formulazione così puramente strumentale conduca a tutto ciò che si vuole, anche a vedere qualsiasi cosa Attualmente due concezioni paiono opporsi radicalmente. Infatti, partendo dalle stesse premesse, esse differiscono soprattutto a livello di intenzioni. Schematizzate all’estremo, possono essere riassunte così:

Nella prima, il bene pubblico è qualcosa che manca al mercato per funzionare ben, e che il mercato non può fornire. Criterio mercantile. Il bisogno si valuta in base alla mancanza di crescita o di profitto. Un potere pubblico deve farsene carico. Il bene pubblico è il puntello sociale del mercato.

Nella seconda, il bene pubblico è qualcosa che manca alla società per funzionare bene, e che il mercato non può fornire. Criterio umanista. Il bisogno si valuta secondo il metro dei diritti umani universali. Un potere pubblico deve farsene carico. Il bene pubblico è il puntello della società mercantile.

Per avanzare in questa seconda ottica senza uscire della teoria neo-classica, bisogna completarla con l’introduzione di una componente altruista, ciò a cui diversi autori si applicano più meno con successo. Amartya Sen e la sua scuola (che insipida i lavori del PNUD in materia) spingono in questo senso fino a postulare un vero ritorno umanista dell’economia politica moderna. Questo passo in avanti è di importanza vitale, ma si può supporre che si possa superare senza rimettere in questione i fondamenti della teoria neo-liberale - ciò che né Sen né i teorici del PNUD sembrano fare.

Questa partenza è comunque infinitamente più promettente della prima, nella quale si riconosce la ristretta mentalità delle istituzioni finanziarie internazionali. Ma se, tra l’una e l’altra, la definizione dell’obbiettivo sociale differisce radicalmente, quella del mezzo economico resta al contrario molto vicina. L’immagine del puntello ha qualcosa di profondamente negativo: supponendo necessario un tempo di riduzione vitale, poi si può solo sognare di sopprimerla , ma quando? Quando il “mercato” si prenderà o si riprenderà carico di questo mezzo!

Non possiamo dunque contestare la scelta di una definizione negativa, e così strettamente economica che le buone intenzioni fanno fatica a imporre la loro logica. Ma niente ci obbliga a prenderla come base. L’origine profonda del concetto di bene pubblico è nel movimento contraddittorio delle società verso il progresso sociale delle società verso il progresso sociale, e la sua riformulazione nel pensiero neo-classico non è altro che un episodio recente e regressivo, in questa valutazione generale.

Si può finalmente supporre che la definizione di Samuelson possa divenire un obbiettivo di mobilitazione per il movimento sociale. Ma con cosa sostituirlo?Questo sarà l’obbiettivo dell’articolo seguente.

François LILLE

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