Il pensiero ecologico-umanista

Articolo apparso sul numero 17 (giugno-luglio-agosto) della rivista Hémisphères

Il grande mercato

Il sospetto che la teoria ufficiale dei beni pubblici mondiali o globali (vedi articolo precedente) apra la strada alla mercificazionedei servizi corrispondenti, rischio di un suo ricupero in questo caso da parte della Banca Mondiale, hanno indotto una certa sfiducia verso questo concetto. I movimenti cittadini cercano dunque dei sostituti meno corrotti. Beni comuni dell’umanità, beni fondamentali, beni sociali primari, patrimonio mondiale. Diritti delle generazioni future, beni di civilizzazione, tutti questi concetti globali si intrecciano, e ciascuno fa il suo cammino per definire a suo modo il “bene pubblico”. Ciascuno a seconda del proprio desiderio o credenza nomina bene pubblico ciò che vuole, la luna, le fogne, i diritti umani universali o il festival di Venezia. Come trovare in questo pot-pourri le convergenze di cui il movimento sociale ha bisogno per immaginare delle rivendicazioni realiste? Riappropriandosi risolutamente del concetto di beni pubblici.

Per cominciare, dimentichiamo la formula economica di Samuleson, lasciando a dopo gli elementi eventualmente utilizzabili, poiché non è totalmente priva di interessi. Sostituiamola con una definizione che chiameremo, per semplificare, “ecologico-umanista”. Questo ci permetterà di rimettere il mercato reale al livello che non avrebbe dovuto lasciare, quello di un eventuale mezzo (scelto o proibito) di riparazione sociale e di scelta individuale.

Scelta di società

Per essere più chiari, distinguiamo le cose dai beni. Le cose fondamentali esistono prima di essere strumentalizzate dall’umanità, e i beni sono ciò che produce l’umanità a partire da queste cose e non le cose stesse. Materiali o non, questi prodotti utilizzabili delle attività umane, si definiscono dunque, prima di ogni giudizio di valore, nell’intrecciarsi delle leggi ecologiche e delle leggi umane. Le prime inquadrano ciò che l’essere umano può fare nel (o con o al) suo ambiente, le seconde ciò che si può o vuole fare a se stesso. Dire e fare in modo che alcuni di questi beni siano pubblici, nel senso che ognuno vi possa accedervi, è una scelta delle società. Ogni società, ogni cultura, ha fatto nella sua storia e non cessa di fare simili scelte, spesso talmente interiorizzate che hanno cessato di essere esplicitate.

Si tratta di costruzioni storiche, nel ritmo secolare, e le cui specificità costituiscono nel mondo un puzzle incoerente. Non le si può trasporre tali quali su scala mondiale. Ma a questo livello è apparso, in un movimento storico che risale a più di un secolo fa, la costruzione del diritto universale delle persone e dei popoli, esteso nel tempo alle generazioni future per integrare le necessità e gli obiettivi ecologici. Questo movimento, che non ha cessato di progredire e di istituzionalizzarsi da mezzo secolo, è giunto a partorire la prima giurisdizione penale internazionale (solamente per i crimini maggiori, ma questo primo passo è molto importante). È ora pronto per sviluppare i beni pubblici mondiali, se si considera che il delirio neo-liberale non ha alcun diritto prioritario su questa idea-forza. Ciò che permette di supporlo è l’aumento in potenza del movimento cittadino transnazionale. Beni pubblici, mali pubblici, possono fare parte della base federatrice di questa nuova-globalizzazione che cerchiamo di far emergere dall’antiglobalizzazione, pensata abusivamente da questi movimenti.

Diritti, beni e servizi

L’idea di servizi pubblici ci risulta più familiare che non quella di beni pubblici, molto interiorizzata. È un insieme di obbligazioni sociali che si impone al complesso di produttori, detentori, gestori (pubblici e privati) di alcuni beni a cui il diritto ha conferito un carattere pubblico. Ad esempio, se il bene considerato è l’alloggio, i detentori di alloggi vuoti sono passibili di requisizione se ci sono dei senza dimora o delle persone mal-alloggiate, in funzione del principio del diritto all’alloggio. Questo può sembrare teorico, dato che il movimento sociale non interviene nemmeno. Ma da quando il DAL (diritto all’alloggio) ha cominciato la sua pratica di requisizione popolare degli alloggi vuoti, la giustizia non gli ha dato torto, l’opinione pubblica gli ha dato ragione e gli occupanti sono stati rialloggiati (non sempre e spesso non molto bene, ma è un’altra storia...). Il conseguimento di tali azioni ha per effetto quello di applicare il diritto, ma anche di inventarlo e farlo evolvere.

Diritto-bene-servizio, è dunque il triangolo principale che deve dare impulso e far evolvere il movimento sociale.

Possiamo trasporre questo schema operativo su scala mondiale?Certamente. prendiamo l’esempio della sanità. Le multinazionali medico-faramaceutiche coltivano e proteggono il loro mercato, attuale e futuro. All’interno di queste barriere invisibili, 20 milioni di Africani stanno morendo di Aids, anche se esistono trattamenti che gli permetterebbero di vivere, se non di guarire... Il diritto fondamentale alla vita dovrà permettere di definire la conoscenza medica come un bene pubblico mondiale, e d’imporre alle ditta che la creano e pretendono di custodirla forti obbligazioni, una vera e propria carta dei servizi pubblici. Partendo da lì, i mezzi pubblici necessari per “valorizzare” umanamente questa conoscenza dove si situa il bisogno saranno, per quanto considerabili, infinitamente minori che nel sistema attuale. Qui ancora, l’influenza sull’opinione mondiale dei movimenti come l’Act-Up e MSF (medici Senza Frontiere), per non citare che questi, è il vero motore di questa esigenza.

Il diritto considerato qui è mondiale, ma deve articolarsi sui diritti locali. Lo stesso vale per i servizi, la cui differenziazione in funzione delle diversità culturali è ancora più forte, e deve essere rispettata: la concezione occidentale dell’ospedale non conviene ai paesi dove il malato resta circondato dalla sua famiglia. Il concetto di bene pubblico è dunque centrale, perché permette allo stesso tempo l’espressione più generale e più concreta.

Ciò che può guidare le scelte delle società di tutto il mondo, sono i diritti fondamentali proclamati dalla carta delle Nazioni Unite, dalla Dichiarazione universale del 1948, dai Patti del 1966 sui diritti civili, politici, economici , sociali e culturali. E inoltre è il diritto positivo delle convenzioni internazionali e quello che genera la loro integrazione nei diritti nazionali o regionali (l’Europa). È questo insieme che decreta ciò che ciascuno deve o dovrà avere, dunque che definisce o precisa il bene in questione, e il modo in cui può o deve essere creato, o salvaguardato. Prodotto, fornito, ovvero il servizio pubblico. Le istituzioni mondiali che hanno questo insieme per leggi sono quella delle Nazioni Unite, e non quelle che hanno per legge solo il profitto e la spartizione del dominio mondiale, G7/8, OMC, OCDE, Davons e altre cricche più discrete. Il loro modo di far applicare queste leggi generali, e farle valutare, sono altri problemi, che non possiamo sviluppare qui.

Un filo di speranza

Il modo di procedere del “Bene Pubblico Mondiale” è l’espressione di una scelta sociale. Sottointeso dalla teoria neo-classica, rischia di favorire ancora la pericolosa deriva del mondo in una mercificazione incontrollata.

Appoggiata sul sistema dei diritti umani ed ecologici universali, sostenuta e reinventata dai movimenti cittadini, essa si situa, al contrario, su nuove strade, sulle quali l’esercizio illimitato del diritto di proprietà sarà necessariamente rimesso in questione. Inoltre, differenziando accuratamente il “bene” dal “servizio”, deve permettere di definire degli obiettivi umani più generalizzabili, piuttosto che l’infinita varietà dei mezzi attraverso cui le società e le culture si sforzano di fornirli.

Questa espressione dovrà finalmente permettere di formulare meglio le questioni trasversali, quali ad esempio, quella dell’energia, legata ai cambiamenti climatici. Ma anche quella della pace, che è costantemente minacciata dagli “aiuti”, che aiutano i popoli a farsi la guerra per conto di “potenze” economiche o politiche. E di integrare fra tutte la questione trasversale del diritto delle donne, la cui condizione inferiore (Amartya Sen lo ha dimostrato chiaramente) è direttamente collegata alla miseria e costituisce un grande ostacolo allo sviluppo (due secoli prima, Charles Fourier ne aveva già avuto un0intuizione folgorante). Certo, non bisogna fare dell’idea di bene pubblico una panacea. Semplicemente, nello sforzo di rimettere in discussione in rapporti mondiali nel loro insieme, essa costituisce a questo livello una chiave che può essere determinante per proporre delle direzioni di speranza al movimento sociale. François LILLE

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